Da Freddy Mercury ad Einstein: “Profughi, un album”, foto e storie di migranti di successo

Anche Einstein e Freddie Mercury sono stati migranti, profughi di successo che hanno migliorato il Paese che li ha accolti. Non solo loro, ma altri 100 nomi che raccontano un’altra faccia delle migrazioni saranno protagonisti di “Profughi, un album”, una mostra fotografica diffusa in 11 biblioteche di Bologna e provincia da sabato 9 a venerdì 22 febbraio.  In occasione della terza edizione del Festival delle biblioteche specializzate saranno esposte foto e biografie di chi nel corso dei secoli è dovuto migrare per fuggire da guerre e persecuzioni, trovando salvezza e celebrità per contrastare la retorica della xenofobia, dell’odio e della disinformazione di questo periodo. 

La mostra nasce da un’idea del direttore artistico di Teatri di Vita, Stefano Casi, che a partire dallo scorso luglio ha iniziato a pubblicare sul suo profilo Facebook le storie di profughi del passato: la prima fu quella di un uomo in fuga dal suo paese, vecchio e malato, che «chiese e ottenne l’asilo come rifugiato a Londra per salvarsi la vita. Si chiamava Sigmund Freud». La seconda fu quella di Farrokh Bulsara, un 18enne di origine indiana, rifugiato in Inghilterra per scappare dalla guerra civile nel paese africano in cui viveva: dopo pochi anni sarebbe diventato noto come cantante dei Queen. 

«Pensavo di raccogliere e pubblicare cinque o sei nomi di profughi famosi su Facebook. Volevo solo mostrare qualche personaggio noto che in un momento della sua vita è dovuto scappare dal suo Paese. Migliaia di reazioni positive e di condivisioni e decine di messaggi, quasi tutti centrati sul ringraziamento per aver trovato un modo diverso, positivo, di esprimere un sentire comune a tanti che non ne potevano più non solo dell’odio, ma anche di reazioni all’odio fatte solo di insulti e polemiche», spiega Casi. 

Tra i migranti “famosi” ci sono anche Gesù e Dante Alighieri, Fritz Lang ed Enrico Fermi, Laura Antonelli, il cantante Mika e Marie Terese Mukamitsindo, che, dopo essere scampata al genocidio in Rwanda, oggi in Lazio dà lavoro a 150 persone, quasi tutte italiane. 

«In ciascuna scheda ho ripetuto sempre gli stessi tre hashtag, che rappresentano il senso ultimo e profondo di questa mia avventura. Il primo è #apriamoiporti, e quindi un invito all’accoglienza di chi arriva nel nostro Paese, il secondo è #apriamolementi perché le cose vanno viste con apertura mentale, senza farci ingabbiare da stereotipi e pregiudizi e il terzo è #apriamoilfuturo, perché non possiamo continuare a vedere i migranti come un problema o come un attentato al nostro benessere, ma come opportunità di crescita, come rilancio verso un futuro che non è solo di chi ha la pelle bianca», conclude Casi.

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